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Ha davvero senso la concorrenza tra infrastrutture per le telecomunicazioni?

  • Tommaso Muciaccia
  • 27 giu 2020
  • Tempo di lettura: 2 min

Nell’ultima settimana si è riacceso il dibattito che da anni vede contrapposti i sostenitori del progetto alla base di Open Fiber, la società controllata da Enel e Cassa Depositi e Prestiti, e i fautori dell’unificazione delle reti di telecomunicazione con TIM. Volendo allargare i termini della questione c’è da chiedersi quali siano le dinamiche che animano il settore delle TelCo negli ultimi anni e quali siano le condizioni ottimali per garantire la sua sostenibilità sul fronte della domanda e dell’offerta.

Secondo José María Álvarez-Pallete, presidente e Ceo di Telefonica, l’industria delle telecomunicazioni si prepara a una stagione di consolidamento. La spinta all’attività M&A sarà data anche dall’allentamento delle restrizioni sulle fusioni tra TelCo decretata dalla recente sentenza della Corte generale europea, che ha dato ragione a CK Hutchisone ribaltando la decisione della Commissione UE che nel 2016 aveva bloccato l’offerta di 10.3 miliardi di sterline fatta da Three Uk per l’acquisto di O2 Uk da Telefonica. Il via libera ottenuto dalla stessa Telefonica per la fusione della sua filiale britannica O2 con Virgin Media di Liberty Global e il proposto takeover da parte del private equity della sua concorrente spagnola MasMovil sono, afferma Álvarez-Pallete, il segnale che il settore si muove e che c’è un valore “nascosto” nelle aziende europee delle telecomunicazioni che verrà liberato dalle operazioni di mercato.

A causa della mancanza di consolidamento e della regolamentazione dei prezzi, il mercato delle TelCo europee sta sperimentando negli ultimi anni una notevole riduzione del fatturato. Morgan Stanley ha descritto il mercato telecom europeo come uno dei più deflazionari al mondo, col prezzo medio di un gigabit di data che scende del 33% l’anno. Secondo i dati di Morgan Stanley la capitalizzazione di mercato complessiva delle aziende dell’intero settore Tlc è crollato del 75% dal 2000 e il valore aggregato è oggi di 300 miliardi di euro.

La riduzione dell’attrattività di questo mercato è legata alla forte concorrenza non solo tra gli operatori nazionali ma anche con i nuovi player mondiali. “Io non competo solo con i player tradizionali, competo anche con WhatsApp, con Facebook, anche con FaceTime” sostiene il Ceo di Telefonica. “Non ha senso che ci siano centinaia di operatori telecom in Europa”, prosegue Álvarez-Pallete osservando che i grandi mercati di Usa e Cina ora hanno solo tre grandi player.

Si potrà obiettare che la riduzione dei prezzi è un risultato positivo per i consumatori, ottenuto grazie alle politiche concorrenziali degli ultimi decenni. Ma quanto a lungo sarà sostenibile questo scenario? Avendo a disposizione meno margini, come potranno gli operatori di telecomunicazioni fronteggiare i necessari investimenti per 5G, reti FTTH, IoT, cloud ed edge computing? Se non riusciranno a sostenerli nel breve termine, a pagarne le conseguenze saranno soprattutto i cittadini e le aziende che risulteranno svantaggiati in un contesto globale a causa del ritardo digitale.

Come dimostrano, anche nel contesto italiano, le recenti operazioni che hanno coinvolto H3G e Wind, INWIT, TIM e Vodafone, una nuova stagione di partnership e fusioni è inevitabile per rendere sostenibili gli investimenti. Chi agirà per primo potrà godere del “first mover advantage” anche nell’ottica di una leadership europea. L’Italia e gli operatori italiani sono pronti?


 
 
 

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