La guerra per i bit
- Tommaso Muciaccia
- 16 ago 2020
- Tempo di lettura: 3 min
Il decreto presidenziale del 14 Agosto con cui gli Stati Uniti obbligano la società cinese ByteDance a vendere le attività americane di TikTok non è che l'ultimo capitolo, in ordine cronologico, della guerra commerciale in atto tra Stati Uniti e Cina. Si tratta di una guerra combattuta a suon di decreti, bandi, dazi doganali, annunci e pressioni politiche che evidentemente celano interessi economici di una portata tale da contribuire in modo determinante a disegnare gli equilibri geopolitici dei prossimi decenni. Come tutte le guerre combattute su scala globale, anche questa muove ingenti capitali, come rivelano le operazioni di merge & acquisition che si profilano all'orizzonte, e coinvolge le reciproche sfere di influenza dei due Paesi leader, come dimostrano le insistenti pressioni americane per indurre gli Stati europei ad escludere la cinese Huawei dalle gare per la fornitura di tecnologie per le telecomunicazioni 5G.
E' facilmente intuibile ai più, non solo agli addetti ai lavori, come una leadership tecnologia sul 5G rappresenti un punto di forza notevole nello scacchiere geopolitico globale: basti pensare alla pervasività di questo standard in tutti gli ambiti della nostra società (dalle smart cities alle smart roads, alle smart home, alle smart factories, etc.) e a come le reti mobili rappresentino sempre più un substrato abilitante per una variegata gamma di servizi e applicazioni.
Potrebbe risultare meno comprensibile, invece, almeno ad un osservatore un po' superficiale, il motivo per cui gli organi decisionali apicali del Paese più influente al mondo debbano occuparsi, nel cuore dell'estate, in un periodo interessato da numerose priorità politiche (Covid-19 e elezioni presidenziali in primis), di una "semplice" applicazione per smartphone utilizzata prevalentemente dai teenager per condividere brevi filmati video spesso irrilevanti e privi di alcuna utilità pratica.
Per capire le dinamiche e le sorti della guerra, tuttavia, è necessario contestualizzare questa mossa in un quadro più ampio. Già all'inizio di Agosto, Donald Trump aveva firmato un decreto con cui metteva al bando non solo TikTok (100 milioni di utenti negli Stati Uniti) ma anche la meno discussa ma strategica per le aziende americane WeChat (3 milioni di utenti attivi in Usa, soprattutto sino-americane comunicano con i parenti a casa). E non basta. Il 15 Agosto, il presidente americano ha annunciato altre iniziative contro altre compagnie del web cinese che si muovono ormai sul mercato globale tra cui Alibaba, il colosso dell'e-commerce asiatico.
L'accusa ufficiale che motiva tutte queste iniziative è sempre la stessa: i colossi digitali cinesi minaccerebbero la sicurezza nazionale. Una motivazione così vaga, peraltro, si presta a diverse possibili interpretazioni ed evoca nell'immaginario collettivo scenari distopici in cui una potenza straniera può condizionare le elezioni democratiche oppure può invadere la privacy di comuni cittadini a caccia di profili politici sgraditi. Tutto ciò sarebbe sicuramente molto grave e si è già sviluppato un notevole dibattito attorno al ruolo dei social network nelle ultime elezioni americane, anche se esisterebbero molti modi per contrastare il rischio di ingerenze politiche straniere.
A ben vedere, la partita in gioco è molto più ampia e riguarda, in generale, l'enorme quantità di dati che le piattaforme digitali possono acquisire, le informazioni che possono inferire e l'uso che di tali informazioni potrebbero fare. TikTok, Alibaba e WeChat, al di là dei servizi offerti agli utenti (messaggistica, condivisione di contenuti, e-commerce), sono piattaforme che si nutrono dei dati di tutti i soggetti che interagiscono con esse; con tali dati alimentano gli algoritmi di machine learning e intelligenza artificiale su cui sono basate: né più né meno di quello che fanno piattaforme americane come Google, Facebook e Amazon. I dati rappresentano un tesoro inestimabile di cui i comuni cittadini non sono normalmente sufficientemente consapevoli. L'intelligenza artificiale delle reti neurali fa tesoro dei dati e li usa per auto-apprendere, come se fosse un bambino in grado di imparare rapidamente facendo tesoro simultaneamente dell'esperienza di tutti i bambini del mondo. I dati sono dunque uno strumento di conoscenza e baconianamente sapere è potere.
Chi possiede i dati è in grado di accumulare potere, un potere tale da "giustificare" una guerra.
Ci siamo abituati nel XX secolo alle guerre per il petrolio che dà energia al mondo. Nel XXI ci dovremo abituare alle guerre per i bit che danno al mondo conoscenza e capacità di controllare il presente e prevedere il futuro.
Dovremo forse abituarci anche a guerre combattute con maggiore violenza e determinazione in misura proporzionata alla posta in gioco. Una miniera di dati è ben più preziosa di un giacimento di petrolio. Il petrolio può essere sostituito da altri fonti energetiche o, banalmente, può esaurirsi. I dati, invece, tramite l'intelligenza artificiale, consentono di alimentare un auto-apprendimento inesauribile. Perché, come tutti sappiamo, di imparare non si finisce mai.
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