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Olivetti prossimo nostro

  • Tommaso Muciaccia
  • 13 ago 2022
  • Tempo di lettura: 4 min

Sul poliedrico imprenditore eporediese e sull'uomo idealista e coraggioso che seppe precorrere i suoi tempi nell'Italia del secondo dopoguerra, molte cose sono state dette e scritte ma forse non abbastanza. Soprattutto se comparata con la risonanza attribuita ad altre figure di imprenditori di successo, appartenenti anche al presente o al recente passato (si pensi a Steve Jobs o a Sergio Marchionne), celebrate sconfinando talvolta ingiustificatamente nel mitologico o nell'agiografico, la memoria di Adriano Olivetti oggi appare sbiadita e forse deliberatamente e colpevolmente rimossa dalla cultura mainstream. Eppure notevole e tuttora degna di approfondimento è la sua enorme eredità dal punto di vista manageriale, culturale e politico.



In ambito manageriale, il più significativo e riconosciuto lascito di Olivetti è un sistema di welfare avveniristico non solo per l'epoca in cui è stato attuato. Congedo maternità di 9 mesi e mezzo, asilo e colonie estive per i figli dei dipendenti (con priorità agli operai rispetto ai dirigenti), centri di cura e di assistenza medica e psicologica, partecipazione dei lavoratori alla vita aziendale, sono solo alcune delle intuizioni realizzate in un contesto in cui non esisteva nemmeno lo Statuto dei Lavoratori e di cui si può intuire la portata dirompente nel tessuto imprenditoriale italiano (a pochi chilometri da Ivrea, negli stabilimenti FIAT di Torino ai dipendenti era riservato ben altro trattamento). Non si trattava tuttavia di paternalistiche concessioni ma di un modo innovativo di concepire l’Impresa come un organismo collettivo in cui i lavoratori erano fulcro e anima di una strategia comune, interpreti e beneficiari di una missione condivisa.

La leadership di Adriano Olivetti si fondava quindi sulla capacità di trasmettere concretamente una visione, oltre che su una solida competenza (da giovane aveva fatto direttamente esperienza di operaio per volere del padre e poi aveva visitato le più innovative aziende statunitensi in una sorta di Grand Tour formativo negli anni '20) e su una straordinaria capacità di intuire il futuro (la Olivetti produce e commercializza il primo calcolatore elettronico fabbricato interamente in Italia nel 1959 e l'antesignano del primo Personal Computer al mondo nel 1964).

In ambito culturale, l'ingegnere ha lasciato ai posteri l'idea di un'azienda al centro di una comunità, ben oltre qualsiasi schema attuale di Corporate Social Responsability. Un'azienda che non offra solo sostentamento economico ad un territorio ma che si faccia portatrice di conoscenza, cultura e bellezza. Olivetti fondò una casa editrice (Edizioni di Comunità) che ebbe il merito di portare in Italia opere proibite negli anni del fascismo. Attorno a lui si costituì un gruppo di intellettuali di primo piano interessati ad esplorare il rapporto tra uomo e società, dentro e fuori dalla fabbrica, nella comunità. La scelta di uno storico medievalista come responsabile HR, uno scrittore come direttore commerciale, fior di architetti per progettare edifici aziendali e case per i dipendenti, i migliori designer per i negozi sociali, i prodotti e l'advertising è la dimostrazione tangibile non solo di una strategia aziendale chiara e determinata ma anche di una sensibilità culturale e di un'attenzione sociale fuori dal comune.


Può l'industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell'indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinante, una destinazione, una vocazione anche nella vita di una fabbrica? La nostra Società crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, dell’arte e della cultura. Crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina e nella sua possibilità di elevazione e di riscatto.

In ambito politico, nonostante i numerosi e frequenti contatti con personalità influenti del suo tempo, a livello nazionale e internazionale, Olivetti fu sostanzialmente isolato. Questo il costo della sua indipendenza intellettuale e di una visione libera e orientata all'interesse generale e non di una ristretta élite. E' Olivetti in persona, in età giovanile, che aiuta il dissidente Filippo Turati a fuggire in Francia per scappare dall'Italia fascista. E' sempre lui che nel 1955 fonda e finanzia la rivista l'Espresso, baluardo del giornalismo di inchiesta nell'Italia democristiana. Adriano Olivetti sogna un'Italia in cui il rapporto tra cittadini e Stato è mediato dalle comunità non dalla partitocrazia. Fonda il Movimento di Comunità che ha un buon successo in ambito pre-politico ma non riesce a sfondare alle elezioni politiche nazionali del 1958; troppe le risorse economiche necessarie per competere con i partiti tradizionali radicati sul territorio. Sulle colonne della rivista americana World, nel 1953, si scaglia contro la commistione tra potere economico e politico in Italia, lesivo degli interessi democratici e anche della possibilità di creare le condizioni per un reale, solido e condiviso sviluppo economico italiano, utilizzando al meglio le enormi risorse del Piano Marshall. Un'invettiva che suona come un monito nell'Italia del 2022 che si appresta a gestire gli ingenti finanziamenti europei del PNRR.


La principale ragione di questo fenomeno risiede nel potere fortemente accentrato che la burocrazia statale, la grande industria, i grossi partiti e la Chiesa hanno sempre avuto in Italia. Ragioni storiche e sociali hanno determinato questa concentrazione di potere nelle mani di certi gruppi a svantaggio delle masse, lasciate fuori dallo Stato e senza una effettiva rappresentanza politica. Necessità di conservazione e di reciproca tutela di interessi hanno poi fatto sì che questi poteri si unissero sempre più strettamente. […]
La diversità della struttura sociale e politica dell’Italia non fu tenuta in considerazione e il piano Marshall è stato attuato attraverso quelle forze – i monopoli e la burocrazia – che avevano creato e accettato il fascismo. […] I grandi industriali hanno cancellato la competizione rigorosa attraverso l’unione incestuosa con il governo e, adesso, utilizzano il lavoro e i soldi in maniere improduttive e senza un senso.

Per approfondimenti: P. Bricco, “Adriano Olivetti. Un italiano del Novecento”, Rizzoli, 2022.

 
 
 

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