Pasolini e l'Internet of Things
- Tommaso Muciaccia
- 26 set 2020
- Tempo di lettura: 3 min
[Tratto da: T. Muciaccia, "Dal Bel Paese alla Smart Nation. Infrastrutture per la Digital Transformation", Aracne Editrice, 2020]
Con la diffusione massiva dell’IoT, mentre muteranno i nostri modelli economici, di pari passo, in un rapporto simbiotico e reciproco di causa–effetto, probabilmente cambierà il nostro approccio filosofico alla realtà. Senza voler eccedere in riflessioni teoriche che esulano dai confini di questo libro, potremmo dire che l’Internet delle Cose richiederà la nascita di una nuova “ontologia” che ci permetta di rispondere a domande essenziali come: cos'è un oggetto fisico? Cosa significa dire che un oggetto fisico esiste? Cosa costituisce l'identità di un oggetto? Il paradigma dell’IoT, come abbiamo descritto finora, prevede che ogni entità, sia essa un oggetto prodotto dall’uomo (es. un frigorifero) o dalla natura (es. un albero), possa diventare smart grazie all’integrazione di un chipset che gli consenta quanto meno di acquisire dati dall’ambiente tramite sensori, di effettuare un’elaborazione più o meno complessa di questi dati e di comunicare con la rete tramite opportune interfacce. In questo contesto, tutti i dati vengono gestiti tramite una piattaforma che evidentemente, da un punto di vista logico, ha consapevolezza delle entità proprio in virtù di questo chipset che le rende smart. Nell’Internet delle Cose, quindi, le Cose, animate e non, esistono solo se sono smart, cioè intelligenti e connesse. Altrimenti non esistono: il che potrebbe condurci ad una curiosa rilettura del cartesiano “cogito ergo sum”.
Possiamo intuire facilmente le implicazioni di questo ragionamento se lo spingiamo verso le sue estreme conseguenze: strade, ferrovie e case scompaiono dalla nostra realtà, ossia perdono di senso e di valore, se non diventano smart roads, smart railway e smart homes tramite un processo di smartificazione che trasforma oggetti fisici in dati digitali. Non sarà quindi il possesso o il controllo degli oggetti fisici a determinare i rapporti di forza e le relazioni economiche ma la gestione dei dati tramite il controllo delle piattoforme.
E cosa ci vieta di inoltrarci ancora più in là? Le smart things si aggregano per costituire smart cities e le smart cities vanno a formare una smart nation. Ma la smart nation cos’altro è se non un tassello dello smart world e, in definitiva, dello smart universe? Quando ogni cosa sarà “smart”, cioè intelligente e connessa, la capacità computazionale di questi oggetti pervaderà l’intero universo contribuendo al processo che, estendendo l’evoluzione biologica tramite l’evoluzione tecnologica, rende l’universo sempre più consapevole di sé stesso. Sfiorando una sorta di misticismo di matrice tecnologica, il saggista statunitense Raymond Kurzweil, arriva persino ad affermare che
man mano che impariamo gradualmente a sfruttare la capacità di calcolo ottimale della materia, la nostra intelligenza si diffonderà attraverso l'universo alla (o superando) la velocità della luce, portando infine a un sublime risveglio nell'universo [1].
Senza eccedere in visioni astratte, possiamo senz’altro constatare che la smartificazione è un processo evolutivo che può spaventarci suscitando nella nostra mente prefigurazioni di un futuro distopico. In effetti, dovrebbe piuttosto stimolarci a valutare nel presente pro e contro delle soluzioni tecnologiche che oggi stiamo progettando. Dovremmo acquisire un senso di responsabilità maggiore verso la realtà che stiamo disegnando per affrontare il salto evolutivo che stiamo per compiere con maggiore attenzione rispetto a quello che Pasolini si trovò a descrivere con rammarico alla generazione nata nell’epoca del boom economico italiano. Oggi come allora, le “cose” cambiano e ci costringono a cambiare il nostro approccio alla realtà e il nostro linguaggio. Per questo motivo possiamo concludere questo capitolo con le parole che lo scrittore friulano rivolgeva ad un immaginario giovane lettore (Gennariello), figurandocele riferite alle future generazioni che si risveglieranno nella “Smart Italy”.
Quindi, nell’ambito del linguaggio delle cose, è un vero abisso che ci divide: ossia uno dei più profondi salti di generazione che la storia ricordi. Ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a me, è assolutamente diverso da ciò che le cose col loro linguaggio hanno insegnato a te. Non è cambiato, però, il linguaggio delle cose, caro Gennariello: quelle che sono cambiate sono le cose stesse. E sono cambiate in modo radicale. Tu mi dirai: le cose sempre cambiano. «’O munno cagna.» È vero. Il mondo ha eterni, inesauribili cambiamenti. Ogni qualche millennio, però, succede la fine del mondo. E allora il cambiamento è, appunto, totale [2].
[1] R. Kurzweil, “The singularity is near. When humans transcend biology”, Penguin Books, 2005.
[2] Pier Paolo Pasolini, Lettere luterane, 1976.



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