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Stiglitz, la libertà e il mercato ai tempi del digitale

  • Tommaso Muciaccia
  • 7 set 2024
  • Tempo di lettura: 3 min

Nell'ultimo suo saggio The Road to Freedom, dall'evocativo sottotitolo Economics and the Good Society, pubblicato alcuni mesi fa dall'editore indipendente Norton, il celebre economista statunitense Joseph Stiglitz, premio Nobel nel 2001, delinea in modo appassionato limiti e contraddizioni del neoliberismo, il modello economico che informa la massima parte del sistema capitalistico occidentale negli ultimi decenni.

L'accademico accusa il neoliberismo di aver fatto della libertà un valore assoluto quando, in realtà, se intesa come set di opportunità di ciascuno, è evidente che essa non può che essere definita in relazione ai suoi limiti: la libertà di ognuno, come insegna l'Illuminismo, limita ed è limitata dalla libertà di qualcun altro. Questo ha delle implicazioni etiche non trascurabili, soprattutto se i rapporti di forza non sono simmetrici: "Libertà per i lupi, morte per le pecore".

Lo stesso Adam Smith, padre del liberismo, subordinava l'efficacia benefica della tanto ampiamente citata "mano invisibile" al realizzarsi di alcuni presupposti tutt'altro che scontati. La capacità delle forze di mercato di indirizzarsi autonomamente verso una direzione favorevole per tutti gli attori è condizionata dalla capacità di ciascuno di decidere e agire secondo processi razionali oggi ampiamente smentiti dai limiti evidenziati dalla moderna psicologia cognitiva.

Molte delle teorie economiche oggi concordano nel ritenere il libero mercato il modello più efficiente nell'allocazione delle risorse solo in assenza di condizioni critiche definite "market failure" quali la presenza di regimi di monopolio/oligopolio, asimmetria informativa tra gli attori che operano sul mercato o esternalità negative che portano a posizioni dominanti e potenziali abusi delle stesse. Ciò che Stiglitz aggiunge alla teoria è il riconoscere come, in pratica, i fallimenti di mercato, ben lungi dall'essere situazioni eccezionali, costituiscono di fatto la condizione più comune. Gli esempi che lo dimostrano sono numerosissimi: le esternalità negative dell'attività umana sull'ambiente, con conseguente impatto sul cambiamento climatico; il regime oligopolistico in cui operano i giganti digitali e il consolidamento registrato in tanti settori a livello globale; le conseguenze sull'intero sistema economico della crisi finanziaria del 2008; le distorsioni create da una tutela "eccessiva" della proprietà intellettuale (si pensi ai limiti nella diffusione dei vaccini anti-covid).

La logica deduzione a cui giunge Stiglitz è che l'"eccesso" di libertà del mercato porta ad una concentrazione di potere che finisce per limitare la libertà di molti e, in ultima istanza, mina la tenuta dell'equilibrio sociale e, solo apparentemente in modo paradossale, le stesse basi del capitalismo.

Nei capitoli conclusivi del suo saggio, Stiglitz giunge a proporre la sua personale visione di un nuovo modello di "capitalismo progressista" che prevede un ruolo nuovo e rinvigorito per lo Stato. A quest'ultimo è affidato il compito non solo di stabilire e far rispettare le regole al mercato ma anche quello di agire propositivamente per favorire l'interesse collettivo della comunità tramite una tassazione realmente progressiva, meccanismi di redistribuzione della ricchezza, investimenti in educazione, ricerca e infrastrutture, forme di assistenza e assicurazioni contro i rischi per proteggere i soggetti più fragili. Allo stesso modo, agli  organismi internazionali, sempre più in crisi ai nostri giorni, è dato il ruolo di regolamentare in modo equo il rapporto tra gli Stati prevenendo qualsiasi forma di sfruttamento dei Paesi più ricchi a scapito dei più poveri.

A conclusione della lettura del saggio, l'impressione complessiva che se ne trae è che la critica al neoliberismo radicale sia fondata su solide argomentazioni anche se talvolta la definizione della galassia del pensiero neoliberista risulta un po' generica e forse più monolitica di quanto realmente sia. Anche l'alternativa proposta appare talvolta appena abbozzata e manchevole dei dettagli implementativi su cui fondare una realistica fattibilità, soprattutto se relazionata all'urgenza attuativa dettata dalle emergenze odierne (prima fra tutte quella climatica). Il lavoro di Stiglitz ha il merito però di porre, all'attenzione dell'opinione pubblica, le giuste domande.

Proviamo, quindi, seguendo la traccia delineata da questo saggio, a porcene qualcuna anche noi con riferimento al rapporto tra libertà e mercato nel settore digitale.

  • Quanto è distante oggi questo mercato da una condizione di competizione perfetta?

  • Quanto è inevitabile la concentrazione di potere di mercato in un settore che richiede grandi investimenti in infrastrutture e innovazione?

  • Quanto questa concentrazione è destinata a crescere con l’avvento e la diffusione dell’Artificial Intelligence?

  • Come si distribuiscono il valore e i profitti lungo la value chain e in che misura ciò è sostenibile nel medio lungo termine?

  • Quale ruolo spetta allo Stato e agli organismi internazionali? Siamo ancora in tempo per regolamentare in modo efficace dinamiche di mercato così radicate e complesse?

  • Quali i riflessi geopolitici di questo ritardo?

 


Alcune autorevoli recensioni del saggio “The Road to Freedom” di J. Stiglitz (Norton, 2024).

 
 
 

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